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Da Bologna a Firenze

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Da Bologna a Firenze

Pubblicato da Paolo Lottini  »


Ciclismo MTB
« »
Stato: Italia Inizio: Bologna MinEle: 46 m
Regione:
 
Emilia/Toscana
Fine: Firenze MaxEle: 965 m
Città:
 
Waypoints: 0 Dislivello salita: 3640 m
Distanza:
 
123.3 km
Downloads: 151 Dislivello discesa: 3637 m
Data report:
 
May 19, 2019
Pubblicato: Sep 9, 2010 Hits: 2040
           
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FIRENZE mtb Bici mountain bike Flaminia bologna

Descrizione

Commenti






Due giorni con la mountain bike in solitaria da Piazza Maggiore (Bologna) a Piazza della Signoria (Firenze) per strade secondarie, carrabili e sentieri. Sulla discussa via romana Flaminia Minor.

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E’ facile! Una volta che sei a Bologna, attraversi l’Appennino e arrivi a Firenze.
A ben pensarci, sono talmente tante le volte che ho coperto questa distanza, che credo proprio di averla fatta per ogni ragione, con qualsiasi tempo meteorologico e con tutti i mezzi di trasporto possibili; in auto, in pullman, in treno, in moto, a piedi. Eppure, il solo pensare a questa tratta, prima di quel 12 giugno 2010, mi faceva avvertire una strana percezione di vuoto e un immotivato senso d’incompiuto mi pervadeva l’anima. Era come se il tempo e i molteplici viavai transappenninici, non fossero ancora bastati a colmare un oscuro bisogno di grande curiosità per quei luoghi.
Forse, fu proprio per cercare di lenire questo stato d’animo che nacque l’idea di affrontare il percorso Bologna/Firenze con un mezzo di trasporto a me poco adatto come la mountain bike, e proprio per questo, mai preso seriamente in considerazione per una traversata appenninica.
Premetto che non sono un buon ciclista, non lo sono mai stato. Andare in bicicletta richiede regola e razionalità. Un vero ciclista sa ingerire chilometri e pendenze a dosaggi soppesati e misurati, anche in funzione del proprio stato di salute e d’allenamento, quest’ultimo poi, deve essere il più costante possibile, perché la bici può divenire un giochino perfido e crudele; appena la trascuri, ella sa essere ingrata come la natura invocata da Leopardi “che non rende poi quel che promette allor, e che di tanto inganna i figli suoi”. Ma se il ciclismo può alimentare la poesia, è perché esistono i ciclisti sregolati come me, quelli che pedalano senza inibizioni e senza tabelle, che se non ce la fanno scendono dalla sella e vanno a piedi, che ignorano i consigli del medico e della nonna, quelli che prima di partire ripongono la ragione in un cassetto da riaprire solo il lunedì mattina. Credo che anche da un tale modus pedalandi ne possa derivare una grande virtù.
Per questo motivo la decisione di partire per due giorni e attraversare l’Appennino in solitaria con la bici, non fu sofferta.
Dovevo ora stabilire il percorso di massima, escludendo la Via degli Dei (già fatta a piedi un lustro fa) e il fondovalle del Savena (perché tutto asfaltato). Dal cassetto della scrivania tirai fuori una carta topografica, aprendola m’incuriosì subito lo spartiacque tra i fiumi Idice e Sillaro che, da Ozzano Emilia, in direzione sud, arriva al Passo della Raticosa. Sul versante toscano optai per il passo dell’Osteria Bruciata fino a San Piero a Sieve, salita a Fiesole e giù fino a Firenze.
Ero ora in piena fase creativa. Accesi il computer e navigando in internet mi resi subito conto di non aver creato proprio nulla di nuovo; la via che vorrei percorrere esiste fin dal tempo dei romani, si chiama Flaminia Minor, ed era la via più breve di collegamento tra Bologna e Arezzo. Qui la storia delle strade transappenniniche romane sembrava, però essere un po’ lacunosa, soprattutto per ciò che riguarda i tratti montani. Gli studiosi giungono spesso a pareri discordanti creando, intorno a questi, anche un alone di leggenda e di mistero. L’idea allora m’intrigò ancora di più.
Con Google Earth iniziai a tracciare un percorso ideale che, partendo dalla stazione di Bologna, terminasse a quella fiorentina di Santa Maria Novella, toccando tutti quei toponimi in maniera più ortodromica possibile, favorendo sentieri, carrarecce e strade bianche ed evitando il più possibile l’asfalto. Caricai la traccia sul GPS, guardai gli orari dei treni, cercai un alberghetto nei pressi del confine tosco emiliano e prenotai una camera singola via mail. Quello che poco prima era solo un abbozzo, stava prendendo forma e diventando quasi una realtà.
Andai a letto carico come una molla e prima di addormentarmi pensai che una dose così massiccia di mountain bike mi avrebbe iniettato sensazioni perdute ormai nella fanciullezza, come lividi sul fondoschiena, ginocchia scorticate e graffi agli arti, con la convinzione che questo giro mi avrebbe, in qualche modo, fatto svanire anche quell’atavica sensazione d’incompiuto.
Ecco perché sabato 12 giugno di buon mattino, io e la mia bike, poco mountain e molto city, eravamo alla stazione di Carpi, ad aspettare il treno diretto a Bologna, pronti a esplorare senza sconti questa “nuova variante di valico”.
D’ora in poi, per brevità, ma non certo per indolenza, da tanti fotogrammi immagazzinati, cercherò di estrarre quelli che, ricomposti, possano dare a questo scritto migliore fluidità, ben sapendo che una semplice relazione non potrà far rivivere le emozioni e la bellezza dei paesaggi visti.
Bologna Stazione Centrale, 55mt s.l.m. Azzero cronometro, contachilometri e taro l’altimetro. Inizia qui la mia avventura.
Bologna Piazza Maggiore, 55mt s.l.m. La piazza è stranamente deserta, riempio le borracce, scatto un paio di foto al Nettuno che mi fissa dall’alto con aria perplessa e riparto.
Ozzano Emilia, 65mt s.l.m. E’ qui che inizia la prima salita su strada panoramica di crinale. Una serie di calanchi argillosi ai lati della strada mi tiene compagnia. Dietro di me Bologna si fa sempre più piccola e l’Appennino di fronte, inizia a mostrare le sue cime più alte.
Ca’ del Vento, 497mt s.l.m. Dopo una serie di viottoli poco pedalabili e impegnativi saliscendi, nel piccolo borgo, trovo una bancarella di frutta e la mia fame si sfoga su banane e albicocche. Rifocillato a dovere, affronto una repentina salita su strada sterrata. Il territorio circostante è una sequenza di calanchi di unica bellezza.
Sasso San Zenobi, 874mt s.l.m. Arrivare fin qui è stata dura. Tratti con forti pendenze mi costringono a smontare dalla sella e spingere la bici più volte. Il Sasso San Zenobi è una strana formazione rocciosa (di origine ofiolitica?) davvero interessante, che ha ben poco a che fare con il terreno circostante. Si eleva solitario, massiccio e aguzzo e dà i natali al fiume Sillaro.
Passo della Raticosa, 968mt s.l.m. Quest’ultima salita è una mezzora di pura sofferenza. A ogni giro di pedali le imprecazioni a tutte le sigarette fumate nell’ultimo anno si sprecano. Sto per scendere e proseguire a piedi, quando dopo una curva, mi appare finalmente il largo piazzale del passo, punto più alto di tutto il giro. Il parcheggio davanti al bar è stracolmo di moto con relativi conducenti e passeggeri. Mi spiegano che il passo è una specie di punto d’incontro per i motociclisti provenienti sia dall’Emilia sia dalla Toscana, molto noto ai centauri delle due regioni che lo usano come una sorta di salone a cielo aperto. Riparto sollevato sapendo che fino a Traversa è (quasi) tutta discesa.
Traversa 861mt, s.l.m. Sarà qui che abbandonerò le dolenti membra fra le braccia della notte. Prima di prendere possesso della camera mi concedo una meritata sosta al tavolino del circolo Arci di fronte alla locanda, addolcita da un gelato sfuso Sammontana che mi ricorda di essere oramai entrato nella mia regione natia. Decido di salire in camera per una doverosa doccia, scortato dalla locandiera che sulle scale mi decanta le famose specialità gastronomiche della casa da assaporare per la cena. Cedendo alla tentazione ma soprattutto all’insistenza della signora, ordino dei crostini toscani e una fiorentina coll’osso, cottura al sangue, da innaffiare con una buona bottiglia di Chianti. Sfamato e un po’ sbronzo, pago il conto e vado subito a letto. Domani mattina la sveglia suonerà all’alba perché ho un appuntamento improrogabile alle 15.15 con l’unico treno che da Firenze a Bologna effettua il trasporto bici.
Passo dell’Osteria Bruciata, 917mt s.l.m. La mattina è fresca e nebbiosa, una sensazione di freddo mi accompagna per i primi chilometri, ma decido di non vestirmi perché so bene che tra poco inizierà una salita tosta. Infatti, da Roncopiano (740mt s.l.m.) fino al passo, il sentiero ha una pendenza tale che pedalarci sopra significherebbe sfidare le leggi gravitazionali, tant’è che percorro integralmente questo tratto spingendo la bici. Sul passo una stele a forma piramidale ricorda il punto, dove si erigeva forse l’osteria. Una leggenda, ne narra la storia, dove gli ignari viandanti che si fermavano qui erano attesi da un’infelice sorte. Nella notte, infatti, venivano accoppati dall’oste che serviva le loro carni in pasto ai clienti del giorno dopo. Una volta scoperto il macabro rituale, le guardie del vicariato impiccarono l’oste e bruciarono l’edificio affinché non fosse più ricostruito.
San Piero a Sieve, 206mt s.l.m. Sono in pieno Mugello. Dopo un downhill estremo di 13 km su sentiero stretto e accidentato, mi appare davanti un piccolo laghetto verde incastonato tra i boschi e screziato da gocce variopinte di fiori gialli, che segna il confine tra la montagna e la pianura. M’immergo fluttuante in una vastità di colline coltivate, attraversate da una lunga strada accogliente che mi trasporta dolcemente ai margini di questa piana. Qui c’è un’ultima salita da affrontare per elevarmi all’ultimo paese e innalzarmi ai cieli dell’imminente compiuta impresa.
Fiesole, 300mt s.l.m. Visto che sono in anticipo sulla tabella di marcia e la successione di piccole pause fisiche e mentali non mi bastano più, nella centrale piazza della cittadina, decido per una sosta vera, una sosta animalesca per mangiare, bere, fare la pipì e leccarmi le piaghe nascoste, anche perché da qualche chilometro la stanchezza è diventata un sentimento davvero lecito.
Firenze, 49mt s.l.m. L’arrivo a Firenze non è di quelli in pompa magna: dopo due giorni di silenzi e solitudine, la civiltà mi aggredisce di colpo. Sono accerchiato da un traffico di veicoli incolonnati che mi fanno respirare i loro fiati maleodoranti. Per fortuna una sequela di piste ciclabili mi salva, facendomi raggiungere in breve tempo il centro storico.
E’ qui, in piazza della Signoria, dove giacciono sparse, le vestigia di maleducati turisti, che giunge a compimento questa mia variante di valico. Mi ritorna ora alla mente tutto il percorso fatto; una somma di mille semplici gesti, di mille respiri, di sguardi, di gocce di sudore, di pensieri, di parole… no, forse queste sono state molte di meno, anche perché mi rendo conto che l’unica frase di oggi la pronuncio solo adesso: “Wow! Proprio un gran bel giro”.
Dopo essermi elevato a tanta purezza, redento e salvato, m’immergo nell’abisso profondo dei comuni mortali e mi dirigo sereno verso la stazione. E’ ora di tornare a casa.
Seduto sul treno del ritorno, quando le pene sono oramai scontate e il senso di vuoto momentaneamente riempito, mi rendo conto che le foto scattate col cellulare sono sfocate pervia del sudore addensato sull’obiettivo. Ho però la certezza che la memoria di questi due giorni non si appannerà altrettanto facilmente, nemmeno con gli incubi ricorrenti delle dure pendenze.
I ciclisti, così come escursionisti e alpinisti, hanno molto in comune; sono tutti privilegiati tra i dolenti, perché le loro sofferenze finiscono spesso per trasformarsi in grandi gioie.

A questo punto della storia un bravo relatore dovrebbe anche riassumere qui tutti i numeri in forma di spazi, tempi, velocità, rapporti e pendenze, ma io non lo farò. Come il sugo di tutta la storia, lascerò al lettore che desiderasse proporsi a questo giro, qualche semplice consiglio, considerando l’equivalenza di pena fra le brevi ma forti pendenze in salita e il lungo sviluppo del percorso.

Lo spazio. Le salite in bici non vanno misurate in chilometri ma in ettometri, talora in decametri. E bisogna evitare di contarli per non demoralizzarsi troppo.
Il tempo. Siccome gli ettometri delle salite durano tantissimo, come passatempo si possono ammirare i bei panorami appenninici che questo giro ci regala.
La velocità. Un podista mediamente allenato in salita mi avrebbe staccato. Un normale pedone sarebbe arrivato alla pari. Le discese sono una vera pacchia, ma in certi punti, soprattutto dal Passo dell’Osteria Bruciata fino al Mugello, occhio a dove si mettono le ruote.
La salute. L’importante è sempre quella, sarebbe opportuno affrontare il giro in buona forma fisica. Comunque se uno si allena è meglio.
Le soste. Ripartire è più difficile che fermarsi. Gli appiedamenti per stato di necessità o quelli per stato d’inanità qui valgono un pari livello di dignità. Chi come me pratica il ciclismo interruptus, non deve essere redarguito.
La mente. Si sa che dà forza, ma se ce l’ho fatta io, vuol dire che corpo e cervello umano hanno risorse davvero inesplorate.
I rapporti. Non tanto quelli tra i denti delle moltipliche e dei rocchetti. Alla fine contano anche quelli sociali. Vabbè che io ero da solo, e che il ciclismo è un affare crudelmente individuale, ma sono convinto che condividere questo giro con un gruppo di amici possa lenire almeno temporaneamente il mal di gambe e il dolore alle chiappe.

Paolo Lottini

 

 

Tracks & Routes


Nome Descrizione Distanza Dislivello salita Dislivello discesa  
BO-FI 1 Dalla Stazione di Bologna C.le a Traversa 66 Km 2156 m 1346 m
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BO-FI 2 Da Traversa alla Stazione di Firenze SMN 58 Km 1485 m 2290 m
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